Adriana Del Vento

L’ideazione estetica di Adriana Del Vento scaturisce da una tensione elettiva all’al di là, concepito nell’intimo del cosmo, come Dio per Agostino di Ippona: Deus interior intimo meo.

E tuttavia l’istituzione gestuale di uno spazio sacro è pienamente laica. Laico, recita l’etimologia rammentata dall’etimologista Cristina Vallini, è il sacerdote che, compiuto il rito memore del sacrificio, muta posizione e passa a mostrare ai presenti il volto, dopo aver religiosamente raccolto, mostrato le spalle. Così inizia l’itinerario della serie di fotografie, una serie onticamente esclusiva, perché mirante a raffigurare l’interazione tra ombra e luce.

In avvio di esplorazione verbale dell’arte di Adriana Del Vento, può risultare propizio mantenere, come in soglia di un tempio, l’iniziale minuscola. Nei siti archeologici la trasformazione del paesaggio ha prodotto una Darwiniana laicità: si entra e si esce senza aver più memoria della complessità dell’interno. Nel tempio di Apollo a Delfi, ad esempio, il μύστης domandava agli interroganti se avessero un sogno. In mancanza del sogno, veniva proposta l’attesa di una notte, da cui l’alba del giorno dopo traesse materia della donazione naturale sortita, il sogno appunto. L’accesso alle creazioni di Adriana Del Vento implica la consapevolezza della tessitura onirica e visionaria dell’artista, che nel travaglio compositivo disvela anzitutto il possesso di una tessera simbolica – tale era il σύμβολον– atta a garantire linoltrarsi in meandri radicati nellindissolubilità di luce e ombra.

La vita sulla Terra ha esperito verosimilmente, sul piano della soggettività o, comunque, sul piano degli organismi animati, prima il buio e dopo la luce, ambedue preesistenti. La comparsa dell’occhio è collocata nel Cambriano. E sembra essere stata un attributo dei pesci. L’occhio implica- al di là di peculiarità funzionali, che regolano in vario modo la simmetria, la bilateralità, la profondità prospettica- una capacità retinica di accomodazione, a fronte di una visione dell’oggetto e del rovesciamento interiore dell’immagine di esso, con conseguente, finale, ripristino della visione originaria. Lo sguardo dell’artista implica una sospensione della visibilità attestata rispetto al mondo. Esso mira, tra buio, ombra, penombra, luce, a cogliere la forma dell’accadere materiale, psichico, spirituale, e s’inoltra, per perturbante vocazione, a disegnar n- dimensioni, meandri.

In quell’area si profila la coesistenza di luce ed ombra, Incipit pari all’ipotesi del big-bang, al biblico In principio erat Verbum, al goethiano ripensare il Vangelo nel Faust: Im Anfang war das Wort.., der Sinn…, die Kraft…, die Tat (la parola, il senso, la forza, l’azione).

Allo stesso modo traspare il serrato confronto dialogico tra Johann Wolfgang von Goethe, 1749-1832 e Arthur Schopenhauer, 1788-1860, intorno ai fondamenti della luce e dell’ombra. “Questo Goethe era così realista che non gli voleva assolutamente entrare in testa che gli oggetti, come tali, ci sono solo in quanto essi vengono rappresentati dal soggetto conoscente”.

Cosa”, mi disse una volta guardandomi con i suoi occhi da Giove,”la luce ci sarebbe solo in quanto Lei la vede? No, sarebbe Lei a non esserci, se la luce non La vedesse “ confidò una volta Schopenhauer agli amici Julius Frauenstädt e Ernst Otto Lindner.

Ecco il campo assolutamente originario in cui pulsa la scelta del disegnare di Adriana Del Vento, una Genesi del bianco e del nero, capace di ospitare venature, sfumature, modulazioni volumetriche che attingono il livello del colore per l’incanto – creativo ? evolutivo ? – dell’affiorare cromatico, gioco trascendente di frequenze.

Adriana Del Vento s’incunea o, all’opposto, forse, riemerge da un infinito che incute altissimo silenzio e rispetto grazie al miracolo delle linee di confine e del loro disfarsi in ulteriori, abissali, aspetti metamorfici. Prospetta una risorsa di contenimento e, al tempo stesso, si scinde in accenni formali che impongono il tratto intrauterino dell’apparire, del divenire della vita. Di quello spazio, inenarrabile con la parola, in cui, si è tentati di enunciare con L. Wittgenstein, Das Bild ist eine Tatsache , Tractatus logico-philosophicus,1921, 2.161 (L’immagine e un fatto).

Ognuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera. Così Salvatore Quasimodo, 1930, enucleava liricamente il mistero della solitudine, che getta il singolo nel dramma del cantare senza musica, per echi ritmici, l’intreccio di biologia e Umanesimo. Del pari Giuseppe Ungaretti, schiudendo il suono maternale della m cosmica, scrisse, in Mattina il 26 gennaio 1917: “ M’illumino / d’immenso. “ , sul fronte del Carso, nella prima guerra mondiale.

Adriana Del Vento riassume la maestria della scultura di Henry Moore per un tratto: l’adozione di un punto di vista superiore, che trova appoggio nel disegnare l’ellisse, una forma che potrebbe raccontare l’infinito morire e rinascere dell’Universo. Un armonico cedimento della rotondità instaurata dall’immane principio di gravitazione universale – il Nobel Wolfgang Pauli definì archetipico il dinamismo ideativo di Keplero nel tracciare i modi e i simboli matematici e fisici della legge – fa nascere una forma bifocale, che racchiude e ospita nel nostro sistema solare l’afelio e il perielio. Essa insedia il principio antropico: il cosmo sembrerebbe, come in una fiaba, esistere per l’occhio di chi guarda. Oggi, all’opposto, siamo orientati, tra robot e sonde che fotografano esopianeti, anche nascenti, a saggiare l’uscita dal mondo.

Giulio Tononi ha rammentato il valore del mondo Φ, il mondo neuronale, del quale il compianto astrofisico Giovanni Bignami ricordava una coincidenza paradossale: lidentico numero dei neuroni nel cervello rispetto ai corpi della nostra Galassia. Max Tegmark denomina Vita 3.0 la condizione dell’essere umano nell’era dell’intelligenza artificiale. Il linguista Andrea Moro allude alla probabilità di conoscere ed usare lingue impossibili . Semir Zeki parla di visione dall’interno a proposito dello sguardo pittorico.

Erich Neumann, tra i più creativi allievi di Jung, raccolse dall’Archivio della Fondazione Eranos, voluta da Jung nel 1933 e guidata da Olga Fröbe Kapteyn, immagini d’archeologia e arti figurative di tutto il mondo, inerenti quelle che definì Fenomenologia delle configurazioni Femminili nel magistrale saggio Die Große Mutter, 1955.

La Grande Madre,che ho avuto l’onore di tradurre in italiano,presso Astrolabio, 1980.

Aby Warburg, esule per il nazismo a Londra, creò l’ Archivio del Warburg Institute, che ancora oggi compendia la storia umana universale in immagini di altissima portata simbolica.

Adriana Del Vento muove dall’originale ideazione della forma lineare e poliedrica in uno spazio per il quale vale l’accezione che Erwin Panofsky adottò: La prospettiva come forma simbolica.

E simbolo è conio individuale che rispecchia passato, presente, futuro, psiche inconscia e cosciente. La forma è in tal caso l’embricazione interna dell’esterno, così che a chi, sulla via estetica, si accosti all’invisibile, si fa incontro, per abbozzi, curve, angoli, chiaroscuri, il principio dell’anello di Moebius, che lo scrittore Peter Handke riformulò nella locuzione Il mondo, esterno dell’interno dell’esterno.

La forma, un concetto teorico e materico, richiama in biologia, come suggeriva D’Arcy Thompson, l’idea della crescita. E, sul piano della biologia vitalista di Hans Driesch, l’idea di entelechia, fondamentale lemma che decorre da Aristotele e sta a indicare ciò che ha in sé il proprio fine.

Il nostro Zeitgeist, spirito del tempo, sofferente perché ammalato di economicismo, verticismo, populismo, non ha ancora represso il principio della creazione individuale, di cui l’identità femminile di Adriana Del Vento è attenta depositaria, con una macerata e composta inclinazione al sublime.

Il sublime si attesta nell’elevazione all’area del corporeo e dello spirituale. Da qui prende evidenza dominante il titolo Ombrescenza, che, dopo il Novecento di due terribili guerre mondiali, dei Lager e dei gulag, si perpetua nella dimensione che Carl Gustav Jung,1875-1961, il primo e più autorevole postfreudiano, mise a punto. Jung riteneva l’Ombra la realtà archetipica incancellabile, ricettacolo dell’ignoto, non solo dell’inconscio. La negazione, ciò che non vorremmo essere, avere, comprendere. Una realtà così pervasiva da avviluppare anche la facoltà di conoscenza del singolo e dei gruppi (si pensi al risorgere dell’autoritario verticismo populista in Occidente e in Italia). Se αρχέτυπος vale originario, originale, Ombra vale dunque oscuramento insito nell’origine, rischio di eclisse nel campo del chiaro, del visibile. In tal modo Jung invitava a prender atto della necessità di fare i conti con ciò, con chi, si rifiuta, con le parti relegate nell’area del negativo, del Male.

In questa cornice le forme accennate, sviluppate, delineate, inseguite, amate e temute negli eminenti esemplari di Adriana Del Vento, sono eventi dell’Anima, cioè non solo della mente individuale dell’artista, ma della sua empatica e razionale capacità di narrare l’istanza generativa dell’essere umano. E, in particolare, della donna, che nell’intimo concepisce, cova, ben prima di dare alla luce, che è vicina al mistero delle fonti della vita e della morte, che sa accettare l’informe e riconoscerne il bisogno evolutivo, il ritmo del progredire, l’arresto, il regredire.

Nel qualificare Ombrescenze la più recente creazione – un vincolo assunto in chiave oblativo col Dio ignoto – Adriana Del Vento non solo traduce luminosamente la verità primaria dell’Ombra e il contrasto sinergico con la luce, ma, con vitale impulso, ricama una felice dinamica della forma.

In latino, sia detto in epoca di rozza anglomanìa, la terminazione che suona foneticamente nel verbo concresco, ad esempio – simile alle voci nominali tuttora in pieno uso adolescenza, senescenza – si colloca in linguistica, a rigore, nel capitolo delle forme incoative, cioè semanticamente connotanti ciò che inizia.

Incoativo risulta in definitiva il più ricco ed enigmatico lascito che l’artista ha immesso, sin dalla nominazione originaria nel ciclo d’opera.

Quel lascito introduce un cominciamento, un germe di sviluppo, un divenire. E quel divenire non sussiste solo nel tempo presente – che gli scienziati oggi computano durare da 3 a 5 secondi (comunque memorabili per chi, con Bergson ami il tempo vissuto e l’élan vital, per sé negaentropico) -, ma si protende all’Essere, metafisicamente legato al sublime, di cui l’arte di Adriana Del Vento è testimonianza viva, vera, durevole, che esige ammirazione e pensoso raccoglimento.

 

Antonio Vitolo

Testo curatoriale per la mostra Ombrescenze presso MA Napoli del marzo 2019

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